"50 anni di silenzi!chi risanera la nostra terra??
Un dramma iniziato con l'industria
I materiali tossici sono stati sotterrati fin dagli anni '60
SASSARI. In principio fu la Sir, quella di Nino Rovelli. Un ciclone moderno di industrializzazione selvaggia che, in realtà, nascondeva sotto terra schifezze di ogni genere che - per altre vie - finivano anche in mare. Inquinamento senza controllo e - per quegli anni - legislazione inadeguata per la tutela dell'ambiente. Il risarcimento non c'è mai stato. Tante battaglie e pochi risultati. Buche nel terreno trasformate in «bocche» per accogliere scarichi di veleni e colline di materiali tossici che sono cresciute con gli gli anni. Poi sono passate le società chimiche, hanno cambiato nome e il disastro è rimasto sepolto sotto terra, dove i veleni hanno trovato corsi d'acqua che hanno spinto benzene e altre sostanze verso il mare del Golfo dell'Asinara. Non ha mai pagato nessuno, perchè l'Eni ha tenuto sempre la fiammella accesa nello stabilimento petrolchimico di Porto Torres, ha pagato stipendi e offerto lavoro a migliaia di persone. Salvezza contro la crisi. E a nessuno andava di storcere il naso. Così non sono mai state neppure pensate le alternative, se non con timide iniziative durate lo spazio di qualche settimana. E l'inquinamento è rimasto come il fuoco che cova sotto la cenere. Fino agli ultimi anni, quando è cresciuta la senisibilità ambientale, la legislazione è stata completata. E nel 2002 - articolo 14 della legge 31 luglio n. 179, nove anni fa esatti - le aree industriali di Porto Torres sono state inserite tra gli interventi di bonifica di interesse nazionale (di cui alla legge 426/98). C'era da perimetrare tutto e sperare di entrare nella cerchia dei «siti di interesse nazionale», quindi essere parte dei finanziamenti. L'Eni non ha mai negato la necessità di risanare le aree industriali inquinate, ha anche indicato nei documenti le prime cifre da spendere (i famosi 530 milioni tornati d'attualità negli ultimi mesi con l'iniziativa della chimica verde), ma il grande passo non c'è mai stato. La situazione è migliorata, è vero, perchè il sistema è diverso. E nei mesi scorsi, in primavera, c'era stato il confronto - neanche tanto semplice - tra l'amministratore delegato dell'Eni Paolo Scaroni e il ministro dell'Ambiente e tutela del territorio Stefania Prestigiacomo. Argomento: la definizione di un Protocollo d'intesa che consentisse di trovare una sorta di pax legale nei nove siti di interesse nazionale seriamente inquinati. Tra questi Porto Torres. L'intesa che avrebbe dovuto favorire un maxi sconto, finora non c'è stata. La storia più recente è quella della chimica verde. L'Eni non può andare via da Porto Torres senza bonificare aree inquinate da anni di attività industriale, perchè le sentenze giudiziarie che cominciano ad arrivare (vedasi quella del Tribunale di Torino per la storia di Pieve Vergonte e il disastro ambientale nel Lago Maggiore) potrebbero lasciare segni pesanti nei conti della società che ha tra i soci più importanti il ministero del Tesoro. «Il ministro chiede all'Eni solo di fare utili», ha detto nei giorni scorsi, a Porto Torres, il vice segretario nazionale del Pd Enrico Letta. E l'Eni non può bonificare le aree industriali senza «agganciarsi» a un progetto di rilancio. La joint venture con Novamont apre un fronte decisivo: sul binario dell'innovazione devono passare necessariamente le bonifiche. I 530 milioni di euro sono una piccola fetta. Oggi i giudici chiamano in causa i presenti per rivolgersi anche agli assenti, come faceva la vecchia maestra. Non si fugge dall'inquinamento, e forse la giustizia può riuscire dove ha fallito la politica.
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30 luglio 2011
Etichette: "PEDRU PEDRAS"



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